Esercizi per una rottura | Giulia Cenci
Esercizi per una rottura
La costruzione consente all’uomo di soddisfare le proprie necessità, come processo elementare di creazione di luoghi che possano accoglierlo. Costruisce la sua abitazione, erige mura e strutture capaci di ospitare le proprie attività. La tecnica permette una continua evoluzione di tali processi costruttivi; i materiali ed i procedimenti si “raffinano” nel tempo. Esistono tuttavia eventi ingestibili portatori di cause imprevedibili. Eventi che mettono in crisi la stabilità del costruire e ne evidenziano la fragilità. Assistiamo intimoriti al crollo di architetture e infrastrutture, prima ancora percepiamo il loro degrado. Ricomporre i resti, le macerie o almeno cercare di trattenere parte di forme che hanno subito una rottura, sembra essere la sola possibilità che ci viene offerta per re-istituire un’immagine che possa testimoniarne il collasso, mantenendo vivo ciò che non ha più le forze per adempiere al proprio compito. L’intervento di ricomposizione -il secondo, considerando come primo quello della costruzione- provoca tracce che restano evidenti; quotidianamente percorriamo strade solcate da crepe; minime o marcate che siano, denunciano una fragilità, una fragilità con la quale siamo costretti a convivere. Monito per la prossima rottura.
Nicola Melinelli
L’ombra originaria di Babele.
Ad un occhio attento ogni struttura, più che la sua forza coesiva mostra la sua fatica. La stabilità, la stasi perenne, l’ordine perentorio, predeterminato, è legge in contrasto a quelle della Natura che esige un continuo mutamento. L’ esercizio qui in opera è, in rapporto a questo contrasto, esercizio di discernimento e di separazione. Da una parte l’uso e consumo delle strutture. Dall’altra la loro vanitas e zelante inganno: ergersi con la falsa pretesa di essere imperitura e garantire assoluto riparo.
Le crepe-lacerazioni della Cenci tentano di svelare altri motivi, altre regole, diverse presenze. Parlano di un essere, della genesi di un genius loci della frattura, qui fortemente evocato e che sappia restituire quel primato fondamentale dell’esistenza che attraverso il cedimento, il crollo, la dicotomica violenza si fa modalità identitaria e conoscitiva. Rimettere insieme i frammenti di ciò che si è infranto promette un ritorno, se non all’identità perduta, quantomeno al suo alter parziale, ipotetico, metaforico e, per esteso, metabolico. In quanto attori di un processo digestivo-masticatorio, di scomposizione e assimilazione, ci si dona alla caduta e allo schianto per legittimarsi in quella privilegiata locazione che è il grado zero e divenire con esso parte di un tutto potenziale.
L’esercizio che qui propone l’artista parte infatti da un annullamento di valori della significazione e dei principi razionali, stabilendo un nuovo imprevedibile, dalla morte del vecchio: momento necessario alla contemplazione delle macerie. E ancora poi, riunendo i pezzi sparsi, mimando l’integrità perduta si ottiene quella parvenza che è meno dell’ identità e un po’ più dell’ assoluto, forse tentativo estremo di contrastare la promessa distopica nata nei tempi in cui, simultaneo alla caduta della Ziggurat babilonese, fu disperso il popolo della Lingua Madre.
L’atto di riparare può condurre ovunque, tranne che alla medesima origine. Qui il trascorso si ri-stabilisce secondo variabili non prestabilite. La nuova struttura è essa stessa una rinnovata s-definizione, denuncia di una realtà sentita come discriminante, oppressiva, determinista, attraverso la metodologia della rottura. L’ampiezza del baratro è inversamente proporzionale all’illusione della propria salvaguardia. Colui che deliberatamente ha ceduto i termini della propria integrità alle rovine, lo ha fatto in funzione di un più alto valore, elogio dell’instabilità, inventario di potenze inespresse, per cui l’elemento può idealmente significare qualsiasi cosa tranne una: ciò che è stato. La rottura è significato archetipico di ogni rito di passaggio, è il Definitivo per antonomasia. Chi mostra con orgoglio i segni vivi del cedimento e ne intende quindi l’intrinseco valore lo fa in funzione della nascita di un’ altra verità, superiore alla precedente e inferiore alla successiva, ignota fino all’attimo della sua epifania: questo è l’altrove sacro, l’ovunque sussurrato dalle fessure.
Marco Aion Mangani


