Gusci | Matteo Lucca




Nuove forme della corporalità – o delle sue tracce


di Lorenzo Boscato
L’antologia “Gusci” percorre un rapporto con il Corpo umano che Matteo Lucca matura muovendo tra diversi fatti materici, agile. È, anzitutto, una cartografia della corporalità l’opera stessa: da osservare come conseguenza di stratificazioni simboliche successive e del loro portato in oggetti iconici distinti.
 A partire da “Teste” ricorrono numerosi, infatti, gli indizi di una fisiognomica caratterizzata dal fluire a-dimensionale dei tratti umani del volto. Figura nelle bocche, negli zigomi e nelle cicatrici-cuciture proprio una ricostruzione seriale della profondità capace, a partire dal rame inerme e disteso, di dar nuova linfa al rapporto dialettico tra lineamenti, proporzioni e significazioni emotive; rapporto oramai vituperato da una contemporaneità schiava dell’immagine.
 Un altro da sé, quindi, percepito e decomposto, e le cui emozioni stesse vengono impresse sull’argilla, al passo successivo, con “IT ME and YOU”; altro da sé che, in questo caso, sono presenze: un pubblico non più astante, bensì manipolatore di quella testa-pensiero che è l’Artista. Sarà lo spettatore a non offrire resistenza all’archetipo Terra e tradire, proprio grazie a quest’ultimo, la contingente disposizione d’animo, rapportandosi con il Corpo al momento della schizìa performativa. La rielaborazione di tale impronta emotiva, dunque, propone in loco un vero e proprio format esperienziale della messa in opera, proprio lì dove l’intervento del fruitore risulta condizione prima del significare artistico.
 Ma è, infine, grazie a “Barche” e i materiali comuni che la dialettica corporea assume una sua pregnanza esclusiva, riuscendo a separare il fatto umano – in cui si può circoscrivere la sociabilità – dal fatto trascendente – in cui si potrebbero decifrare i significati altri. È proprio nel concavo di piegature delle stoffe – contenitore – che rimangono imbrigliati gli interrogativi sulla direzione dell’essere, mentre nei continui rimandi alla vita quotidiana – i vestiti come materia – si ammassano tracce del continuo sembrare. I rimandi al viaggio e alla scoperta del sé pongono de facto la questione essenziale del Soggetto, attraverso una negazione dell’identità apparente. Di converso, la portata concettuale dello spazio vuoto ne richiede dapprima l’ascolto partecipe, per poi lasciare «che si estinguano dalla memoria queste pallide parole» e le sue facili illusioni (Hãfez di Shiraz, XIV sec), mentre germina, se l’occhio è attento, la percezione che, in ultima istanza, il contenuto è il Soggetto stesso.
 A chiudere il ciclo, non a caso, “Il nido di Lula” e, ancora un rigoglire di stoffe che reggono, come pensieri fuoriusciti, una testa di Donna e il formarsi del fatto-pensiero, figurato attraverso i drappeggi, a indicare una sinuosità magari voluttuosa, ma dalla sicura combinatoria caotica. 
Toccatevi l’indice con la palpebra, poi il lobo temporale, la bocca: gusci!